“Gradita esperienza preferibilmente… nel profit”


Dal momento che a breve terminerà la mia esperienza lavorativa presso la Johns Hopkins University- SAIS Bologna Center, sto passando un bel po’ di tempo nella lettura degli annunci di lavoro e nel consuente invio di cv. Vorrei condividere con voi alcune osservazioni a rigurardo:

1) Esperienza: la chiedono tutti. Più che comprensibile, meglio assumere persone che conoscano già il lavoro, in modo che posssano portare anche altri spunti… ma davvero ne serve così tanta? Ho trovato annunci che per una posizione qualificata come “junior” chiedono 3-4 anni di esperienza nel settore. La domanda mi sorge spontanea: per essere senior quanta ne devo avere?

2) Contratti: la maggior parte delle volte è un contratto a progetto, spesso di 6 mesi. Capisco la cronica mancanza di fondi delle ONP, capisco la crisi economica, capisco persino la generale incertezza e precarietà che avvolge il terzo settore… ma davvero non si può dare un minimo di stabilizzazione in più? In sei mesi non si fa neanche un bambino, e invece nel terzo settore si chiede di entrare in un’organizzazione, imparare a conoscerla, elaborare un progetto e portare un risultato. Non è un po’ troppo poco tempo? Soprattutto perchè, quando guardo gli annunci in UK o USA, spesso trovo la dizione “permanent”… Credo che ci sia il serio rischio che i professionisti più bravi scelgano di andare nel profit o di emigrare all’stero: una grave perdita per il nostro paese.

3) Il terzo punto è quello che mi soprende di più; molto spesso trovo specificato “gradita precendente esperienza, preferibilmente nel profit”. Ma come nel profit? E’ da quando ho cominciato a interessarmi a questa professione, almeno tre anni fa, che sento dire che il terzo settore si sta professionalizzando, che “bisogna trovare una via italiana di fare fundraising”, che “noi del terzo settore non siamo i buoni, ma preparati professionisti che lavorano per una causa”,…

Poi però, quando si tratta di assumere, non si cercano le persone con esperienza di volontariato, corsi di formazione specifici e un bel po’ di stages (quasi sempre senza retribuzione), ma persone con una esperienza dal “pragmatico” profit. Mi sembra quasi che si dica “ok ragazzi, ora che assumiamo si fa sul serio: non servono idealisti, ma gente che porti risultati”. E costoro possono venire solo dal profit?

Di sicuro però mi sbaglio: probabilmente c’è un altro motivo per cui negli annunci trovo la richiesta di “esperienza preferibilmente nel profit”. Maggiore capacità di interagire con quel mondo? Stimoli e schemi completamente nuovi da portare nell’ONP? Una maggiore motivazione?

Sarei davvero grato se qualche responsabile delle risorse umane o qualche dirigente leggesse questo post e mi aiutasse a chiarire questo punto.

E voi che ne pensate?

6 Pensieri su &Idquo;“Gradita esperienza preferibilmente… nel profit”

  1. Che argomento interessante!
    Io penso che:

    1) l’esperienza richiesta sia (quasi) sempre più di quella VERAMENTE necessaria. Se cerchi un “junior”, vorrà sempre dire che c’è già un “senior” cui affiancarlo e che DEVE, per forza, formarlo sul lavoro e sulle specificità della tua azienda. Un junior, a senso, potrebbe essere anche un neolaureato, un masterino, una persona senza titolo di studio inerente ma almeno 1 anno di esperienza nel lavoro.

    2) la contrattualistica sia la zappa sui piedi del settore non profit (e profit). I co.co.pro. di 6 mesi sono una presa per i fondelli. E non solo per il fatto che così si crea un esercito di precari e che non si investe sulla persona: il male assoluto é che così non si investe nemmeno sull’azienda!! Così si coprono i buchi di personale, ma si perpetua una carenza organizzativa anziché risanarla.

    3) si cerchi nel profit perché non ci si fida della formazione nel non profit. Dato il “senso comune”, io credo che questo sia comprensibile e in parte condivisibile. A parte qualche corso di economia e gestione delle aziende non profit, quali corsi di studio garantiscono, almeno a livello teorico, una preparazione che sia credibile per poi andare a ragionare di numeri, campagne, progettazione, ecc? Io dopo il master a Forlì mica posso andare a spacciarmi come uno che sa impostare, gestire e valutare una campagna di mailing, per dirne una! E questo tipo di professionalità è davvero ben più facile da trovare nell’ambito di chi ha studiato e lavorato per il profit. Vado a naso, ma il “nativo professionista del non profit”, che abbia studiato e lavorato esclusivamente in questo ambito deve ancora nascere!
    Non ricordo chi era, ma nel blog di Gianni Solfrini una fundraiser diceva questo del proprio lavoro: “Applico la mia esperienza nel marketing alla professione nella raccolta fondi. Le dinamiche sono identiche, non c’è niente da inventare”.

  2. Ciao Alberto, ti lascio qualche impressione maturata in un mondo diverso rispetto a quello dell’associazionismo…ma potremmo parlarne per ore, perchè l’argomento è veramente interessante.
    Durata dei contratti: è il limite macroscopico che più di frequente si riscontra attualmente in Italia, in massima parte nelle amministrazioni pubbliche e nel terzo settore. & mesi equivalgono a poco più di niente, perchè davvero non hai il tempo neppure di capire cosa dovresti fare. Io lavoro esclusivamente con le aziende, la maggiorparte delle quali sono grandi aziende e multinazionali. Beh, onestamente l’approccio – quantomeno nella mia esperienza – è davvero diverso. Contratti più stabili, retribuzioni che ti consentano una certa tranquillità, formazione interna. Non è un paradiso, è chiaro, ma è percepibile la mentalità dell’investimento. E’ un discorso che fatica ad affermarsi nel nonprofit (e nella P.A., che è il settore che conosco meglio).
    Esperienza nel profit: dunque, come dicevo sopra io conosco il nonprofit da poco. Però, essendo curiosa, ho voluto cimentarmi – seppure come volontaria – nel supportare organizzazioni locali interessate a sviluppare la raccolta fondi. L’ho fatto con due associazioni e quello che mi ha colpito è stata l’assoluta non conoscenza di dinamiche di marketing, di comunicazione, di “cura del cliente”, anche in termini di misurazione dei risultati di azioni realizzate. Sarà stato sicuramente un caso, però mi ha fatto riflettere (ne parlavo con Melandri qualche settimana fa) sul fatto che è difficile, per chi si è “abituato” a lavorare con il corporate, entrare in questo tipo di mentalità. Io sono esattamente a metà tra due mondi: lavoro per una Università pubblica ma il mio compito è sciluppare i rapporti con le imprese per trovare posti di lavoro e finanziamenti per gli studenti e i laureati. Vedo, quindi, un po’ entrambi i “mondi”. Diciamo che, rispetto alla mia piccolissima esperienza con le due associazioni di cui sopra, faccio fatica a pensare a sviluppi del terzo settore (scusa la generalizzazione, intendo naturalmente le realtà piccole e poco strutturate, che pure sono la maggioranza) senza un intervento concreto degli strumenti concettuali del profit, sia pure declinati su buone cause senza scopo di lucro.
    Mi piacerebbe riparlarne, però…l’argomento è interessante!

  3. Simona (prima le signore), Riccardo, grazie per i commenti.
    Sulla prima parte sono d’accordo con voi: il non profit non è ancora, almeno in Italia, “pragmatico” come il profit.
    Detto questo… ci va bene così?

    Io continuo a rimanere stupito dalla dizione “gradita esperienza preferibilmente dal profit” perchè la leggo come un “a parità di condizioni, prendiamo uno che prima vendeva aspirapolveri” (lavoro per altro nobilissimo… se dovessi farlo io, non saprei come cominciare).

    Rimango stupito perchè la trovo anche in annunci di organizzazioni “grandi” e strutturate: loro non hanno ancora l’approccio organizzativo del profit.

    Rimango stupito riccardo, perchè penso ancora che “comprare” e “donare” siano ancora cose diverse. é per quato che ho fatto un master in fundraising e non in marketing. Certo, hai ragione, sono molto simili… ma se si chiamano in maniera diversa ci sarà un motivo, no?😉

    ne approfitto per fare ad entrambi gli auguri di buon natale e buon anno!

  4. Pingback: Trovare lavoro nel fundraising: intervista a Chiara Arroi | Fundraising Km Zero

  5. Vi chiedo una cosa:
    Se un disoccupato 28enne sta cercando ancora la prima esperienza (visto che escludete gli stage) e quindi molti, se non tutte le aziende/studi, gli hanno detto che non a loro serviva qualcuno con esperienza…

    Secondo me se uno ha esperienza non va in cerca di lavoro, piuttosto si mette in proprio.

    Quindi dico solo una cosa secondo me tutto ciò è un paradosso: per fare esperienza ci vuole esperienza. (Strano ma vero)

    Disoccupato (Stagista ) di lunga data.

    • Ciao. Per prima cosa, scusa il ritardo. Non sono contrario a ció che dici, su questo blog troverai diversi post sugli stage. Qui cercavo di evidenziare come a volte l’Esperienza nel settore in cui si vuole lavorare (il non profit) sia meno considerata dell’esperienza in altri settori (ad es, quello commerciale). Ciao!

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...