Guida al Fundraising… fatta per i donatori


Qualche tempo fa avevo parlato di alcuni esempi inglesi e statunitensi di come coivolgere i propri donatori fino a farli diventare fundraiser. E’ quello che viene chiamato personal fundraising, e se è vero che sta crescendo molto on line (vedi siti come justgiving o il nostrano e nuovo io dono), non vuol dire che bisogna dimenticarsi del fundraising fatto nella vita reale.

Eccovi ad esempio il kit di WWF UK per chi vuole organizzare un evento di raccolta fondi: c’è proprio tutto, da una mini guida con delle idee ai volantini (uno anche in bianco e nero, ottimo per le fotocopie). Con materiali del genere e con l’aiuto che ti possono dare (per chi ha bisogno, c’è un numero di telefono e un’e-mail) c’è il forte rischio che organizzare un evento di fundraising sia facile, anche magari anche divertente!

Mi piacerebbe molto vedere un esempio così ben fatto anche in Italia.

4 Pensieri su &Idquo;Guida al Fundraising… fatta per i donatori

  1. Ciao Luciano,
    questa del Cesvi me la ero persa… ma provo a dare un’occhiata al loro sito, grazie mille.

    in generale,, la mia impressione è che i donatori italiani siano meno coinvolti di quelli inglesi o americani… ma forse è anche dovuto al fatto che siamo noi fundraisers a coinvolgerli di meno. Iniziative come queste possono andare nella direzione giusta.
    ciao!

  2. confermo i pareri e avendoli sperimentati vi posso assicurare che funzionano. Mi arrischio a dire che una percentuale elevata di donatori fedeli con entità di donazione annua medio-alta tende a rispondere positivamente ad un input di attivazione sociale come raccoglitori di fondi. A patto che vi sia un buon sistema di assistenza che non rimanga solo un kit (in Italia serve il contatto e la cura diretta……).
    Anzi, aggiungo, che a queste condizioni la fama del brend della organizzazione conta meno. Conta di più il fatto di poter fare qualcosa di concreto con una organizzazione di cui in qualche modo puoi controllare direttamente l’operato.
    DIetro questo fenomeno c’è una scoperta sociologica molto importante (ne ho parlato al FFR 2010) e cioè che la donazione non è un sostituto dell’attivazione sociale ma un atto che si colloca all’interno di un itinerario complesso e variegato che è appunto l’azione sociale degli individui. QUesto vuol dire che si può facilmente passare da donatore passivo a raccoglitore attivo e che si DEVE chiedere ai donatori fedeli. Se poi ci mettessimo a ricercare il profilo tipo del donatore “attivisa” a questo punto potremmo profilare all’interno della base di donatori l’idealtipo attivista di raccolta fondi. Ma su questo manca la ricerca, come sempre, in Italia……..

    Grazie per la segnalazione

  3. Così Massimo mi fai rimpiangere di non aver assistito alla tua sessione al Festival😉
    Credo che tu ponga una questione non ancora chiara a tutti: donare non è “qualcosa di diverso dal supportare una causa”, ma è uno dei modi di farlo.
    La donazione è quindi una delle componenti di questo percorso: può essere la prima tappa (compro la maglietta di dell’unicef ad uno stand, e poi ne divento volontario), quella finale (dopo una vita in Croce Rossa, decido in inserirla nel mio testameno) o intermedia. E può coesistere con altri modi di essere attivi socialmente.
    Non credo che questo sia però chiaro a tutti: anche nella mia organizzazione vedo un certo stupore quando si parla di donazioni da parte dei dipendenti, e in generale vedo ritrosia nel chiedere denaro ai volontari. Il che è curioso: sono i più coinvolti nella causa…

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